Capitolo 13 - La vera prigione

scritto da Mystory90
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Testo: Capitolo 13 - La vera prigione
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Reven seguì la mappa verso il basso, sempre più in basso, in un'oscurità che non aveva fondo né forma. 

L'acqua non opponeva più resistenza: era diventata parte di lei, un'estensione del suo corpo, un velo che le permetteva di muoversi senza sforzo e senza fine. 

La pergamena fluttuava davanti, la luce ambrata che pulsava sempre più lenta, come un cuore stanco che rallenta il battito per non sprecare gli ultimi colpi.

Non parlarono durante la discesa. 

Non c'era niente da dire. 

Solo il silenzio dell'abisso che li avvolgeva, e il dolore sordo nel petto di Reven che non si spegneva mai.

Alla fine arrivarono.

Non ci fu un "fondo". 

Ci fu solo lui.

L'Abisso Pensante si manifestò non come una creatura, non come un mostro con tentacoli o occhi. 

Era solo... presenza. 

Un vuoto che guardava. 

Un'oscurità che respirava. 

E in quel vuoto, Reven sentì il peso di ogni rimpianto che aveva pronunciato, di ogni lacrima che aveva versato sott'acqua, di ogni nome che aveva gridato invano.

Si fermò.

La mappa si fermò con lei, sospesa a un metro dal suo viso.

L'Abisso non parlò subito. 

Quando lo fece, la voce non era più quella di migliaia di sussurri, né quella calma e crudele di prima. 

Era un silenzio che parlava. 

Un silenzio che entrava nelle ossa e diceva: 

Non ho bisogno di parole per farti soffrire.

Reven aprì la bocca per gridare, per insultarlo, per chiedergli perché. 

Ma non uscì suono. 

L'acqua le riempì la gola senza affogarla. 

Le riempì i polmoni senza ucciderla. 

Le riempì il cuore senza spezzarlo del tutto.

L'Abisso la guardò – o meglio: la fece sentire guardata – e poi... niente. 

Non la divorò. 

Non la torturò con visioni. 

Semplicemente... la lasciò lì.

E sparì.

Non si ritirò. 

Non svanì in nebbia. 

Semplicemente smise di essere presente. 

Come se avesse perso interesse. 

Come se lei non valesse più nemmeno la fatica di un'agonia rapida.

Reven rimase sospesa nel nulla liquido. 

Sola con la mappa. 

Sola con il silenzio.

Era una prigioniera. 

Incatenata all'acqua. 

Non c'era superficie da raggiungere, non c'era orizzonte da inseguire, non c'era fine da sperare. 

Solo eternità immobile. 

Un dolore lento, costante, che non uccideva ma non dava tregua. 

Il dolore di sapere che tutti erano morti per colpa sua. 

Il dolore di essere l'unica rimasta. 

Il dolore di non poter nemmeno morire.

Si girò lentamente verso la mappa.

La luce ambrata era ormai un bagliore morente, un filo di brace sotto la cenere. 

Le linee curve si erano sbiadite quasi del tutto, i segni a forma di stella ruotata erano spariti, il cerchio centrale era solo una macchia pallida, come una ferita che si era chiusa male.

La mappa notò il suo sguardo.

«Sì» disse, con una voce che sembrava provenire da molto lontano, debole, consumata. 

«È quello che stai pensando. 

Sto morendo. 

Ho portato a termine il mio compito. 

Ho condotto il gregge all'altare. 

Ora non servo più all'Abisso. 

E lui non mi tiene in vita per sport.»

La pergamena tremò leggermente, come se anche il semplice parlare le costasse fatica.

«Ma forse...» continuò, quasi un sussurro «...c'è un'ultima cosa che posso fare per te, ragazza. 

Una cosa che l'Abisso non si aspetta. 

Una cosa che non ha calcolato.»

Reven la fissò, gli occhi vuoti ma ancora capaci di accendersi di una scintilla minuscola.

«Portarti alla Stella sotto l'Abisso» disse la mappa. 

«La vera Stella Oceana. 

Non quella che avete visto in superficie, quella era solo un'esca. 

La vera è qui sotto. 

Più in basso di quanto lui voglia che qualcuno arrivi. 

Lì dove il suo potere si indebolisce, perché anche l'Abisso ha un limite. 

Lì dove si può chiedere una cosa sola... e forse ottenerla.»

Reven spalancò gli occhi.

Per la prima volta da quando si era svegliata in quell'acqua infinita, sentì qualcosa di diverso dal dolore.

Non era speranza. 

Non ancora.

Era curiosità feroce. 

Era rabbia che si trasformava in qualcosa di tagliente.

«Cosa si può chiedere?» mormorò.

La mappa pulsò una volta, debolissima.

«Quello che vuoi di più al mondo. 

Ma a un prezzo pari. 

E il prezzo... lo sai già.»

Reven abbassò lo sguardo sulle proprie mani, che tremavano sott'acqua senza motivo apparente.

«Me stessa» disse piano.

«Sì» rispose la mappa. 

«O quello che resta di te. 

Il tuo ultimo rimpianto. 

La tua ultima goccia di vita. 

Ma se lo fai... forse puoi riavere indietro qualcosa. 

O qualcuno. 

O tutti.»

Silenzio.

Poi Reven alzò la testa.

«Portami lì» disse.

La luce ambrata tremolò, quasi sorpresa.

«Sei sicura? 

Una volta che scendiamo... non si torna indietro. 

Nemmeno io sopravvivrò al viaggio.»

Reven annuì una volta sola.

«Non ho più niente da perdere.»

La mappa non rispose con parole. 

Si limitò a voltarsi – o meglio: a ruotare piano su se stessa – e a riprendere a scendere.

Più in basso.

Sempre più in basso.

Reven la seguì.

Il buio si fece più denso, l'acqua più pesante, ma non soffocante. 

Era come se l'Abisso, nella sua indifferenza crudele, avesse smesso di prestare attenzione.

E in fondo a quell'abisso che non finiva mai, cominciava a intravedersi qualcosa.

Una luce.

Non ambrata. 

Non grigia.

Blu.

Profonda.

Vera.

La Stella Oceana.

Quella che l'Abisso aveva nascosto a
tutti.

Quella che forse – forse – poteva restituire ciò che era stato strappato via.

Reven strinse i pugni sott'acqua.

E continuò a scendere.

Verso l'unica cosa che le restava:

una possibilità.

Piccola.

Fragile.

Ma sua.

Capitolo 13 - La vera prigione testo di Mystory90
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